
Impariamo la comunicazione empatica, uno strumento paritario e rispettoso delle persone perché rispetta il desiderio di ognuno, si basa sul chiedere, non imporre. L’altro può dire sì o no. Mi piace, posso farlo, oppure non riesco, non posso. Alla base c’è la fiducia fra le due persone e la volontà di spiegarsi e capirsi, o meglio comprendere.
Mi fa piacere fornire alcuni strumenti per riconoscere le dinamiche familiari in questo periodo di convivenza domestica. Spesso le donne si valutano con “occhi maschili” nel senso che pensano a se stesse come sottoposte allo sguardo di un uomo. Utilizzano criteri appresi nella propria infanzia, cioè idee che provengono dal passato. Nell’inconscio c’è come un “Patriarca interiore” che andrebbe scovato e con il quale si può iniziare a dialogare apportando contenuti nuovi, argomentazioni attuali. Il primo passo per migliorare le relazioni è rivolto verso se stessi, ci sembra più automatico cercare di cambiare gli altri, invece il primo passo da fare è rivolto verso le proprie modalità, cambiare noi stessi è sempre possibile.
Anche gli uomini si leggono con criteri del passato, giudicano se stessi e il mondo , e quindi anche le donne con criteri vecchi, appresi fin dai tempi della propria infanzia, utilizzano le esperienze e i racconti sulle donne che hanno ascoltato dai loro genitori e nonni, immersi in una cultura che non offriva le stesse libertà a donne e uomini, tali narrazioni spesso assomigliano agli stereotipi di ruoli o di genere che oggi persistono nelle pubblicità nei film e nei video che in rete abbondano. Crediamo di essere esenti da stereotipi, ma questi si annidano nella nostra mente. Negarne l’esistenza è l’automatismo più diffuso, spesso utilizzato nel tentativo di proteggere la propria roccaforte dell’io.
Molte volte l’io è identificato con le proprie logiche, ma noi non siamo le nostre idee, siamo molto di più, siamo i nostri sentimenti, le nostre emozioni, i nostri stati d’animo, il nostro essere figli, o genitori o fratelli , sorelle o amici, persone presenti nelle relazioni, nell’aiuto al mondo tramite i nostri talenti, le nostre qualità, caratteristiche, risorse e affetti. I conflitti permangono quando insistiamo per affermare le nostre logiche: restare sul mentale pensando “ho ragione io non hai ragione tu “ci fa rimanere sul piano del conflitto.
Il maltrattamento psicologico è volto ad imporre il proprio potere su chi ci sta intorno. Alla parola potere ci viene un senso di resistenza, pensiamo che noi non lo esercitiamo, anzi ci viene da pensare che sono gli altri che vorrebbero sottometterci… ecco questa è già una modalità gerarchia, la dimostrazione che siamo caduti in logiche di potere, dove si pensa che qualcuno sia sopra e l’altro sotto. Se in natura ci sono due modalità quella dell’accoglienza delle varie forme di vita , che possiamo chiamare simbolicamente Materna, “madre natura accoglie tutti i suoi figli”, “la varietà è una risorsa per la sopravvivenza della specie” e quella dove uno prevale sull’altro, per intenderci “Il leone è il re della foresta”, oppure ogni gruppo deve avere un “capobranco”, “perché ci sia un ordine occorre una gerarchia di sottomissione”, “il pesce più grande mangia il più piccolo” siamo in una modalità gerarchica che possiamo definire simbolicamente Paterna. In natura occorre che esista sia l’ecosistema che la catena alimentare, come per fare una creatura occorrono metà dei geni provenienti dall’ovulo e metà dallo spermatozoo, possiamo intendere che attingere in modo equo dalla modalità Accogliente “Ecosistema” e da quella “Ordinata” in una sorta di gradazione potrebbe creare meno conflittualità e forse più armonia.
Il primo passo è proprio mettere in discussione le nostre sicurezza ferree, cioè i nostri pre- giudizi, cioè i giudizi imparati automaticamente dai vecchi modi di fare. Il secondo è riconoscere le modalità prevaricanti: fra queste possiamo mettere in primo piano la svalutazione che si esprime in 3 grosse categorie:
Queste sono forme di maltrattamento psicologico: giudicare, offendere, deridere sotto forma di scherzo, attribuire significati secondo i propri criteri logici pensando che siano migliori delle logiche dell’altra persona. Altre forme di maltrattamento sono:
Controllare: il tempo, il denaro, gli spazi, imporre ruoli, decidere anche per l’altra persona. Il diritto di famiglia è cambiato nel 1974 ma ancora c’è l’idea che esista una capo famiglia. Se non vogliamo che sia a rabbia a regolare le nostre relazioni, abbiamo dei metodi alternativi. Sappiamo che l’ira, la maleducazione o l’urlare, offendere, imprecare o ancor peggio l’uso della violenza fisica, rovinano i rapporti.
Fra le strade alternative alla violenza troviamo le strategie dei Norvegesi di Oslo che per primi più di 30 anni fa hanno iniziato a curare gli uomini che hanno agito maltrattamento in famiglia. L’imbuto della rabbia è uno dei loro schemi utili a riconoscere che sentimenti ci sono dietro il nervosismo. Oppure comprendere l’eredità dei comportamenti maltrattanti appresi come modalità riconosciute utilizzabili perché anche padri e nonni la utilizzavano. Il diniego, il lasciar correre, far finta che il comportamento prevaricante non sia avvenuto e anche la giustificazione o ancor peggio la solidarietà con l’atto violento, o il deridere le vittime, sono comportamenti che mantengono la violenza.
Il primo passo è riconoscere le situazioni in cui mettiamo in atto gli automatismi aggressivi che abbiamo appreso e ripetiamo senza pensare che possono esserci strade diverse. Una delle tante alternative è per esempio esprimere i propri bisogni in modo chiaro, e gentile. Che cosa ci impedisce di dire le cose con garbo? Forse l’idea che se urliamo più forte o le diciamo imbronciati, l’altro capisce che facciamo sul serio? ma perché doverci imbronciare per esser creduti, per far capire che c’è un bisogno legittimo che possiamo esprimere. Se non abbiamo manie di potere o narcisismi autoaffermanti possiamo esprimere con pacatezza e perché no col sorriso quanto è nel nostro desiderio chiedere. Poi sarà l’altro che potrà fare altrettanto e risponderci sì o no in base al proprio sentimento, desiderio, bisogno.
Se tutto questo oltre che dal normale rispetto viene accompagnato anche da amore, tutto diventa più facile. Se l’Amore può essere identificato con la possibilità di rispondere ai desideri dell’altro, rimanendo noi stessi aderenti alla nostra natura, possiamo provare come andare a volte anche nel giardino dell’altro per aumentare la gioia di entrambi. Una delle modalità che possono facilitare le buone relazioni è il modo di comunicare che tiene conto dei sentimenti, dare spazio alle emozioni, tener in considerazione la “realtà psichica” che parte dai propri sentiti e bisogni e tiene conto anche dei sentiti dei desideri dell’altro.
Si parte prima da se stessi, si chiede, anche l’altro ha il diritto ed il tempo di rispondere, successivamente possiamo accomodare la nostra richiesta ed armonizzarla in modo che la relazione possa essere rispettosa e fluida. Il concetto di empatia è proprio stare nei propri panni , ascoltare i propri sentimenti emozioni e necessità, poi mettersi nei panni dell’altro, accogliere quanto arriva dall’altro e tornare nei propri panni per poi agire tenendo conto delle emozioni di entrambi.
La comunicazione empatica (che fa riferimento alla comunicazione non violenta di Rosenberg e al metodo senza perdenti di Gordon), è uno strumento paritario e rispettoso delle persone perché rispetta il desiderio di ognuno, si basa sul chiedere, non impone. L’altro può dire sì o no. Mi piace, posso farlo, oppure non riesco, non posso. Alla base c’è la fiducia fra le due persone e la volontà di spiegarsi e capirsi, o meglio “comprendere”. Col termine “capire” si intende decodificare i concetti, i contenuti, mentre col termine “comprendere” si intende accogliere anche le emozioni e gli stato d’animo.
La comunicazione empatica non è mai generica, parte sempre da un punto ben preciso, in genere da un episodio. Infatti è circostanziata al “quando“, il primo passo della comunicazione empatica è individuare un momento preciso, una situazione in cui qualcosa non ha funzionato, viene percepita una stonatura o una cosa che ci fa dispiacere, che merita di essere trattata per migliorare la relazione. Facciamo un esempio di un conflitto domestico: “Quando hai commentato che la cottura del pesce era sbagliata….”
Segue poi il secondo passo della comunicazione empatica che si esprime col “Mi sono sentito/a“. Occorre prendere contatto con i propri stati interiori per capirli e chiamarli col proprio nome: agitata, rattristata, innervosita, colpevolizzata, svalutata….. Questo passaggio risulta il più delicato in quanto occorre pensare bene che sentimento scegliere, non si può esprimere un sentito proiettivo o incolpante, perché sarebbe espressione di un sentimento ostile, ciò che si esprime deve essere costruttivo e positivo , ci esprimiamo per stare meglio in relazione , non per attaccare. Quindi si potrebbe dire “Mi sono sentita rattristata per la critica ricevuta….” Il terzo passaggio è l’espressione del proprio bisogno, che deve essere chiaramente in relazione con il sentito : se ho freddo, ho bisogno di scaldarmi, se ho sete ho bisogno di bere, se sono triste ho bisogno di rallegrarmi… In questo caso: ” Ho bisogno di stare piacevolmente insieme a te, sottolineare gli aspetti positivi mi rende piacevole l’atmosfera, poi posso accogliere anche un commento costruttivo”.
Il quarto ed ultimo passaggio è la domanda da porre nello specifico all’altro. Non si piò pensare che basti esprimere il proprio bisogno, occorre chiedere all’altro che cosa può fare per noi in modo che la relazione sia più gratificante per entrambi. La domanda potrebbe essere: “Quindi ti chiedo di provare ad esprimere i pregi dell’avere qualcuno che ha cucinato per te e di tener conto del nostro buon umore quindi di contare fino a 10 prima di fare una critica, in modo da poter trovare almeno 3 motivi positivi prima di parlare“
É solo un piccolo esempio di come possiamo andare nel piano del sentito, del sentimento e dello stare bene insieme dicendo”io mi sento…”, possiamo provare a portare avanti sentimenti positivi: la gratitudine, il riconoscimento, il valore reciproco, il desiderio e le libertà.
A Ravenna da 5 anni Psicologia Urbana e Creativa APS con il contributo del Comune e della Regione svolge corsi psico-educativi “Io mi sento” rivolti alle donne che desiderano riconoscere le dinamiche di potere fra i generi e i tipi di maltrattamento psicologico. Dello stesso Progetto fanno parte i Corsi specifici rivolti agli uomini dal titolo ” sentimenti degli uomini” per prendere confidenza con le proprie emozioni e coi propri sentimenti, per provare ad esprimerli: imparare a gestire la rabbia che dietro ha sempre altri sentimenti: la paura dell’abbandono, della solitudine, del cadere in pensieri pessimistici (il pessimismo, cioè vedere il bicchiere mezzo vuoto, è spesso causa di equivoci e proiezioni , attribuire colpe e significati che impoveriscono l’altro per innalzare noi stessi, sono meccanismi di difesa dell’io molto diffusi, ma l’effetto che ottengono è rovinare i rapporti).
Dovremmo ricordarci che i bambini ci usano come modello di imitazione, fanno ciò che vedono fare. Dovremmo ricordare quindi che la violenza non è un’opzione sceglibile! Quando sbagliamo possiamo chiedere scusa, sì ma non dobbiamo farlo più, dobbiamo davvero cambiare le nostre modalità, imparare a contenerci. A volte in famiglia ci sono abitudini acquisite che diventano automatismi, usare il partner per farsi contenere quando esageriamo , tanto sappiamo che è l’altro che ci pone il limite, ma non pensiamo quanto possa pesare all’altro faticare per porre i limiti anche a noi. Oppure le reazioni esagerate per imporre le proprie logiche, a volte si alza la voce per stoppare l’altro, per intimidirlo, in modo che il contenimento venga fatto attraverso la paura e la sottomissione, lo si fa ancora troppo spesso anche con i bambini, dimenticando che i bambini imparano per amore, non per paura, che la loro identità viene ferita se la relazione è mediata dalla paura e non dal rispetto del reciproco desiderio. Più metodi di contenimento gentile ha un adulto più è un bravo educatore e migliore è l’atmosfera in casa.
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